Sax & Piano by Cindy
  
 

Seduta

Sono ancora seduta qui, sola. Sono ancora seduta qui, nello stesso identico posto, come sempre, come quando c’era lei. Ogni giorno, ogni singolo giorno mi ricordo di sedermi qui.

Sono ancora seduta qui, come se restare nello stesso posto di allora la potesse riportare indietro.  

Sono ancora seduta qui, immobile nella stessa posizione, gli stessi sedili, gli stesssi vetri, la stessa cartella pesante. Ma una cosa è cambiata: di fronte a me non c’è lei, c’è il vuoto. A volte noto qualcuno accomodarsi nel posto, nel suo posto, ma è come se non ci fosse. L’unica che abbia lasciato traccia, per me, l’unica che sia esistita in quel posto è lei.  

Sono ancora seduta qui, e immagino di potere vedere il suo riflesso sul vetro di fronte a me, di scorgere i suoi capelli da dietro il sedile. La vedo voltarsi verso di me, sorridere.

I miei compagni mi parlano a volte. Rispondo, assente, tento addirittura di ridere, ma rimango distante da loro. Perché se sono normale, fuori da qui, in classe, a casa, dappertutto, se niente mostra che mi ricordi di lei, qui non è così. Si ricorda il mio sorriso forse fin troppo smagliante? Non lo era per me: era sincero; la mia mascella strideva, ma il mio cuore sentiva che non era abbastanza largo per mostrare la gioia che traboccava da esso.

Sono ancora seduta qui, e immancabilmente penso a lei. I miei occhi, apparentemente spenti in uno stato di dormiveglia per chi mi osserva, se qualcuno ha ancora interesse a guardarmi quando mi trovo qui, vedono un guizzo, un lampo delle mie memorie che evoca lei.

Sono ancora seduta qui, e posso immaginarmi il suo volto quasi sempre allegro, gli occhi accesi e caldi nel mentre della nostra conversazione. Riesco a vederla mentre sposta leggermente la testa da un lato, intenta ad ascoltarmi; non come se fossi una persona molto più giovane di lei, sicuramente meno istruita, ma come se fossi una sua pari. 

Sono ancora seduta qui, e mi vengono le lacrime agli occhi quando un leggero urto, delle imprecazioni e delle urla mi distraggono; e quando torno a guardare di fronte a me, a salutarmi c’è solo il vuoto silenzioso, privo della sua essenza. È un’illusione poter pensare che lei possa essere qui, ma cosa dovrei fare? So di non potermi arrendere.

Mille fili invisibili mi collegano alle persone a cui più sono affezionata, lontane e vicine. Tendo il suo, ma nessuno mi risponde. Forse è troppo lontana. Forse non riesce a sentirmi, forse non vuole. Forse non sono capace io di intendere la sua risposta.

So che è viva, non ho motivi per pensare che lei stia male. Ma cos’altro so? Mi aveva promesso che ci saremmo riviste, in un modo o nell’altro. Ha mantenuto la tua promessa, non lo nego. Ma è passato tanto tempo… si rammenta di me? Saprebbe dire chi sono se qualcuno le dicesse il mio nome?

Gli occhi mi si riempiono di lacrime, ma non ho intenzione di lasciarle scendere lungo le mie guance. Mi volto verso il vetro: non voglio che nessuno veda. Sono lacrime segrete, mie e sue.

Sono ancora seduta qui: siamo arrivati alla sua fermata, al luogo che più odiavo perché dovevo separarmi da lei. Ora lo amo, è uno dei pochi luoghi che posso ricollegare a lei. Che contraddizione, nevvero? I miei occhi vagano, ancora una volta, febbrili, alla sua ricerca; ogni volta con più disperazione, con meno convinzione, con più voglia di chiudersi in un mondo inesistente. Si dice che la speranza sia l’ultima a morire, ma della mia è rimasta ben poco: fragile vessillo che ancora tenta di sopraelevarsi, coraggioso, fra quelle che mi sembrano rovine insormontabili.

Nulla, ovviamente. E nonostante le mie speranze siano al minimo, una parte di me si distrugge ogni volta. Continua il viaggio, chiudo gli occhi per un breve periodo, mi perdo in un oblio di nero. Non dura. Come tutte quelle sue illusioni, come la sua voce, come la sua presenza, anche la pace creata in un momento svanisce.

Mi ero spesso chiesta come potesse essere descritto il dolore. Non dispiacere, ma vero dolore. Ora che l’ho provato, forse ho ancora più difficoltà a descriverlo.

Intorno a me tutto è calmo. La mia espressione non cambia, rimane la stessa durante tutto il viaggio, come sempre. Fisso il lago intensamente; questa volta non è un guardare senza percepire. Come tutti i giorni riesco ad ammirare sinceramente le mille sfumature del lago, il contrasto con gli alberi. Non vi è stato ancora un giorno in cui ho trovato qualcosa di uguale. Amo guardare la natura. L’anno scorso ogni tanto mi faceva notare qualche particolare in più, mi insegnava ad osservare la natura con occhi diversi. Non è stata la prima, né sarà l’ultima. Ma, in ogni caso, ha contribuito a creare chi sono ora. Non saprei se ora sta distruggendo o proseguendo questo lavoro. Ancora ora, ricordarmi di certe sue frasi, di parole, di immagini che mi ha mostrato mi aiuta, quindi suppongo dovrei scegliere l’ultima opzione, ma d’altra parte non sapere niente di lei mi sta portando via, parte dopo parte, un frammento del mio essere si sta disgregando, partendo alla disperata ricerca di qualcosa – o forse dovrei dire qualcuno – che so bene che non troverà. Coraggioso soldatino che parte per la sua missione, pur sapendo che non tornerà mai, e che non riuscirà a portarla a termine.

Il viaggio è prossimo alla fine. So che fra poco dovrò scendere, ma ritardo il momento in cui mi alzo, resto ferma immobile nella stessa posizione fino all’ultimo.  Non posso… no, non posso separarmi di nuovo da lei. Quanto a lungo ancora il mio cuore reggerà? Non posso permettermi di tornare nella realtà. Di mettere una maschera e pretendere che io non mi ricordi. Nonostante io sappia che probabilmente lei non si ricorda. Nonostante io sappia che, se mi pensa, non è che un veloce ricordo ogni tanto. Nonostante io sappia in modo dolorosamente preciso come io la ricordi ogni giorno, come io non voglia dimenticarla. Non posso; è parte di me, lo sarà sempre.

Scendo, torno me stessa. La parte di me stessa calma, composta, allegra persino. Scendo, e non sono più seduta presso lei. Scendo, e non mi guardo indietro, so che non resisterei. Scendo, ancora una volta, sola.

 

E' passato un anno da quando ho visto per l'ultima volta un'insegnante a me molto cara. Voglio dedicare questo testo a lei, a cui ho pensato stendendolo, pur sapendo che non lo leggerà mai.

 

 

 

cindy@saxxx.eu