Sax & Piano by Cindy
  
 

Nihil nisi bonum

 

La professoressa entrò nella sua abitazione, come aveva sempre fatto dopo un normale giorno lavorativo. Non era tardi – potevano essere circa le cinque di pomeriggio – ma la luce era già scomparsa. Il cielo, nuvoloso durante l’intero dì, si era ora scurito ulteriormente. 

Non appena giunse sul pianerottolo, si abbassò per appoggiare a terra la borsa pesante e accendere le luci. Sospirò. La schiena le doleva, più del solito. Negli ultimi tempi le era pesato raccogliere la borsa… semplici gesti che un tempo erano così automatici e ora sembravano costare tanta fatica! La faceva sentire vecchia.

Eppure non lo era. Guardandola, le si potevano dare sì e no quarant’anni. Non era molto alta, il fisico era piuttosto asciutto. Portava i capelli, di un bel colore marrone scuro, corti, ad incorniciarle il volto. Gli occhi erano di un colore simile alla chioma, decisi, energici, e pieni di personalità. L’intero viso mostrava il suo forte carattere. Le labbra, sottili, sapevano sia restringersi in segno di disapprovazione, a scuola, che schiudersi in un raro quanto prezioso sorriso, o una risata, che scopriva i suoi denti bianchi e regolari. Non aveva altri tratti particolari, ma era l’insieme che risultava incredibilmente forte: non era una di quelle persone che sarebbero state definite belle a prima vista, ma di quelle la cui bellezza risalta dopo un po’ di tempo, in modo ancor più evidente che se fosse stata alla portata di tutti.

In quel momento, però, sembrava tutto meno l’energica professoressa che ognuno conosceva. Le labbra erano contratte, in una leggera smorfia di dolore, che non poteva essere giustificata solo da ciò che stava soffrendo per la schiena. Meno ancora considerando che non mostrava mai debolezza fisica, mai. Le spalle, in genere erette in una posa che aveva dell’aristocratico, erano ora quasi abbandonate. Ma ciò che più stupiva era il volto, lo stesso volto che era sempre stato fedele portatore della sua forza interiore, non esprimeva ora altro che stanchezza, un poco di debolezza. L’aura che lo circondava sembrava sparita. Gli occhi, così sprizzanti d’energia, erano quasi opachi, spenti. Per un attimo si chiusero.

La flebile luce che proveniva dalla lampada appena accesa illuminava i contorni degli oggetti di un arancio-rossastro, lasciando molti di essi ancora all’oscurità.

Senza curarsi di accendere altre luci, l’insegnante continuò lungo il breve vestibolo e si diresse verso il piccolo studio. Abitava da sola, da molto tempo. Non era cosa che le dispiacesse. Anzi, in quel momento ne era quasi grata. Non sarebbe stata in grado di mantenere un volto sicuro di sé per un altro momento.

Si sedette alla scrivania. Questa dava le spalle a due vetrate piuttosto ampie. Preferiva avere la luce alle spalle, piuttosto che di fronte. Favoriva la sua concentrazione. Non che in quel momento importasse granché, in realtà.

Appoggiando la borsa di cuoio pesante su una sedia vicina, ne trasse i compiti delle classi. Selezionò la 2D, dopodiché ne aprì il fascicolo pronta a correggerli subito. Aveva avuto un pomeriggio impegnato, un consiglio di classe lunghissimo (a causa del dirigente, che era irrimediabilmente prigioniero della ragnatela di circolari, deleghe, burocrazia che sembrava essere diventata la scuola e che sembrava non ricordarsi più di cosa fossero gli studenti, se non una tessera d’identità, un foglio d’iscrizione e una fototessera). Ma ciò non importava, aveva sempre trovato la forza di lavorare anche in occasioni simili. Viveva per la scuola, era la sua passione, lo faceva volentieri.

Prese il primo compito e fissò a lungo il nome. Ci vollero vari minuti per realizzare che non si era ancora mossa. Prese attentamente una penna fra le mani, rigirandola delicatamente fra le esili e delicate dita. Le cadde, con un rumore sordo, quasi inudibile, sul compito.

La testa, che gli studenti avrebbero giurato che non si sarebbe mai abbassata, fu abbandonata pesantemente sui palmi delle mani. Nonostante quell’aria di abbandono che l’intero suo corpo aveva assunto, l’insegnante manteneva ancora quell’aspetto di insita eleganza che la caratterizzava, ora però misto a malinconia, e molta tristezza.

Una lacrima, solitaria, attraversò la sua gota e cadde a terra, infrangendosi sul parquet della stanza. Il respiro, fino ad allora silenzioso, si fece un poco più frequente, fino a rompersi. Singhiozzi ancora in parte repressi iniziarono a farsi sentire.

Le mani giunsero fino agli occhi, nascondendoli alla vista, come se ci fosse ancora lì qualcuno che potesse giudicarla, che potesse biasimarla per un attimo di debolezza.

Per un momento si vergognò, riflettendo su ciò che i suoi studenti avrebbero pensato di lei. Ma questo repentino pensiero non fece che acuire il suo dolore. Gli studenti… proprio gli studenti che amava così profondamente, l’avevano tradita, loro, a cui aveva dedicato la propria vita. Non si mostrava dolce, né affettuosa, con gli studenti. Era in genere severa, ma pronta a scherzare quando e quanto decideva lei. Pensava che questi avessero capito nel frattempo quanto ci tenesse a loro. Pensava che anche loro, in qualche modo ricambiassero quest’affetto. Ma forse era solo un’illusione, una cortina di fumo che si era costruita per continuare ad andare avanti. E ora che questa cortina si era dissolta, in pochi secondi, nell’aria, si ritrovava improvvisamente sola, come per lungo tempo tutti l’avevano ritenuta. Ma la presa di coscienza per lei veniva improvvisa, come un macigno sul cuore. Era sola, sola, sola. Che ne era stato di tutti gli studenti su cui aveva riversato parte di se stessa? Non era stata nulla per loro? A cosa erano valsi tutti i sacrifici, tutto il lavoro?

Pensò alla sera di due giorni prima, e improvvisamente seppe che la routine che per tanto tempo aveva scandito le sue serate non avrebbe mai più funzionato.

Era stata una normalissima giornata. Era tornata a casa forse un po’ più contenta del solito. I suoi ragazzi sapevano anche darle soddisfazioni, e quel giorno era stato il caso. Dopo essere entrata nello studio, si sedette alla scrivania e corresse compiti in classe per tutta la serata. Tutto qui. Questa soltanto era stata la sua serata.

Fu solo il giorno dopo che si rese conto di quanto si era sbagliata a ritenere il giorno precedente calmo e privo di eventi.

Mattiniera, poco dopo le sei e mezzo era già pronta. Il campanello di casa suonò. Pur sorpresa, si diresse ad aprire.  Dietro di essa si trovavano due ufficiali di polizia in divisa.

“Ci aspettava o è semplicemente mattiniera?” chiese uno, piuttosto beffardo.

Lei gli rivolse uno sguardo interrogativo, ma rispose nella sua solita maniera, alzando le sopracciglia:

“Non dica sciocchezze… vorrei sapere piuttosto per quale motivo vengo disturbata a quest’ora di mattina.  C’è qualcosa di serio che dovrei sapere o è solo una visita di cortesia?” concluse ironica.

“Ah, non le è ancora giunta notizia? Piuttosto strano, dato che è l’unica testimone a conoscenza dei fatti…” si immischiò il secondo poliziotto, dall’espressione non troppo intelligente.

“Ascoltatemi, ho lezioni oggi alle undici, quindi se gentilmente riuscissimo a sbrigarci prima di allora…”

“Molto bene. Sono spiacente di informarvi che la professoressa Beatrice Clodi è stata uccisa ieri sera, fra le undici e l’una di notte. Al momento risulta l’unica ad aver avuto un diverbio con l’interessata il giorno stesso, nonché l’ultima persona ad averla vista viva. Se ci volesse seguire in commissariato per un primo interrogatorio…”

Il discorso sembrava essere stato imparato a memoria ed era stato pronunciato con assoluta mancanza di tatto, come se partisse direttamente dal presupposto che fosse colpevole.

L’insegnante si ritrasse, indignata. Non aveva ancora realizzato la portata della notizia. Ci sarebbe voluto tempo per quello.

“Non vi permetto di insinuare…”

“Non stiamo insinuando niente” interruppe il primo ufficiale “è solo la procedura ufficiale. Se ora volesse seguirci…”. Nonostante le dichiarazioni precedenti, il tono lasciava intendere che era già piuttosto sicuro della colpevolezza della donna.

“Molto bene. Vediamo di muoverci”.

Le due ore di interrogatorio furono estenuanti. Il suo alibi non era granché. Non si era mai sentito parlare di una casa che testimonia della presenza della sua inquilina, no? Certo poteva mostrare i compiti corretti, ma come le avevano non troppo gentilmente fatto notare i poliziotti, avrebbe potuto farlo in qualunque momento della giornata.

Subito dopo essere uscita dal commissariato corse verso scuola. Abituata com’era ad essere sempre in anticipo, l’arrivare all’ultimo momento le diede molto fastidio.

All’interno dell’edificio notò che chiunque sembrava guardarla, chi non la conosceva con curiosità sospettosa, chi la conosceva con varie emozioni sul volto, spesso troppo fugaci per essere riconosciute, soprattutto ora che la professoressa non vi prestava attenzione. In realtà non le interessava moltissimo, non si era neppure bene accorta di ciò che stava accadendo intorno a lei.  

Fu durante la seconda ora di lezione che la notizia iniziò ad avere la meglio su di lei. Riuscì a concludere l’ora, poi, al suono della campanella, si diresse in sala insegnanti, ma fu intercettata dal dirigente scolastico che la invitò cordialmente nel suo ufficio per parlarle “di una questione piuttosto delicata, non so se mi intende”. Aveva ammiccato quasi a dimostrarsi suo amico (eppure non le aveva mai rivolto più che un frettoloso saluto fino ad allora).

Una volta nel suo rifugio di burocrazia il preside iniziò a parlarle, dicendole che date le recenti, spiacevoli, circostanze, sarebbe stato consigliabile un breve periodo di malattia, “m’intende, no?”. No, non lo intendeva affatto. Aveva appena perso una collega, una persona a cui era affezionata, e adesso le voleva togliere anche la scuola? No, questo non poteva permetterlo. Rispose in modo formale che non era malata, perciò non sentiva il bisogno di andare in malattia. Il dirigente scolastico inistette, sempre con il suo sorriso zuccheroso quanto falso che stava iniziando a seriamente ledere i nervi della professoressa. Dopo un altro scambio di battute, il preside fece ventilare l’idea di una vacanza, a cui seguì un altro deciso rifiuto.

“Ma pensi alla reputazione della scuola!”

Il tono falsamente dolce era definitivamente scomparso.

“Ci penso ogni giorno, ma dal momento in cui non ho fatto niente di male, né ho infranto in alcun modo il mio contratto, non vedo in che modo potrei ledere ad essa.”

“Lei è l’unica indagata per un omicidio, signora!”

“Solo una testimone a conoscenza dei fatti, a detta della polizia. E in ogni caso penso che lei mi conosca abbastanza da sapere che non avrei di certo ucciso la mia collega, voglio sperarlo, almeno!”

“Ma certo, ma certo, è chiaro” era tornato il tono accondiscente “però lei capisce che questa scuola deve difendere una certa reputazione…”

“Sono perfettamente d’accordo con lei. Farò in modo di dirle non appena riscontrerò qualcosa che possa essere di danno alla stessa, signore. Buona giornata!”

Concluse con tono cordiale, prima di uscire dall’ufficio, esasperata da quel continuo scambio di false cortesie in quella che sembrava una guerra fredda. Cercò rifugio in un angolo della sala insegnanti, dove finalmente si concesse di pensare.

Beatrice… Beatrice era stata una sua collega. Una sua cara collega. Era più giovane di lei di un paio d’anni. Non aveva mai messo in conto che avrebbe potuto morire prima di lei, l’idea era inconcepibile. Era sempre allegra, gioiosa, vestita in modo colorato…

Con la confusione che aveva in testa non si ricordava neppure più precisamente per cosa avevano avuto un diverbio, la sera prima. Qualcosa come l’opinione su uno studente, se non sbagliava. Le capitava spesso di lasciarsi infiammare, era un carattere impulsivo, tuttavia la disputa non assumeva mai il grado di una lite e finiva dopo pochi minuti con un sorriso di una e una frase ironica dell’altra (il sorriso era sempre prerogativa di Beatrice, lei se la cavava meglio con l’ironia). Cosa che era successa anche la sera prima. Dopodiché avevano condiviso un breve tratto di strada, prima di prendere vie separate.

Ironico come avvenimenti di così infima valenza potessero assumere proporzioni gigantesche, nevvero? Ora uno degli alterchi occasionali diveniva il possibile movente per l’omicidio di una delle persone che considerava più vicine a lei! Non era la sua migliore amica, no, non era neppure certa che si potessero dire amiche… però vi era un profondo legame di stima e di affetto, fra loro.

Improvvisamente la realtà della sua morte, ben più di quella della sua presunta colpevolezza, si riversarono sulla donna. Il suo volto non cambiò ancora e mantenne quell’espressione forte che aveva mantenuto fino ad allora.  

Giunta a casa, si era comportata come sempre: testa alta, collo ritto e un’espressione impassibile a mascherare il dolore.

Dopo aver lavorato a lungo per evitare di pensare, quando ormai era sera piuttosto tarda, accese la televisione per vedere il telegiornale, come d’abitudine.

Niente, nessuno avrebbe potuto prepararla a ciò che avrebbe visto. Dopo le prime notizie, iniziarono a parlare del delitto.

Il suo primo istinto fu di spegnere la televisione nell’esatto momento che vide il proprio volto sullo schermo. Invece strinse leggermente le labbra e continuò ad ascoltare.

Le sue nocche avevano iniziato a sbiancarsi nel sentire come il presentatore parlava di lei, come se fosse una fredda assassina. Oh, chiaramente, si sottolineava che era solo “una teste informata sui fatti, anche se al momento sembrava l’unica indagata”. Il movente? Gelosia o impulso di rabbia del momento. Davvero molto credibile.

Ma ciò che la ferì di più fu vedere che avevano deciso di intervistare proprio i suoi studenti.

“Francamente me lo aspettavo quasi. È sempre stata una persona molto impulsiva, si arrabbiava spesso.”

“Mi terrorizzava in classe. Non mi stupisce per niente”.

“Spero che la giustizia faccia il suo corso – non vorrei che una persona così continuasse ad insegnare a mio figlio”.

Spense l’apparecchio prima di avere il tempo di sentire altro. Comprese in quel momento che tutto ciò per cui  aveva lottato finora era stata vana. Non importava a nessuno. Un giorno di insinuazioni e non solo la sua carriera, ma probabilmente tutto ciò che pensava di avere costruito con studenti e amici era finito nel nulla.

Quella sera non versò ancora una lacrima. Continuò ad essere forte per qualcuno di imprecisato, come se fosse un suo dovere.

Quella mattina era stata la prima che aveva dovuto veramente affrontare. Le sembrava che dovunque andasse molti occhi la seguissero ostili. Mentre faceva lezione non scherzò neppure unavolta, né un sorriso illuminò il suo viso.

Non guardò nessuno degli alunni negli occhi, come faceva invece d’abitudine: non era certa che avrebbe retto a ciò che vi avrebbe visto.

Sostò per brevissimo tempo in sala insegnanti, nonostante qualcuno cercasse di trattenerla; ma non si sentiva più a suo agio, lì, non vi apparteneva più. In due giorni, quasi niente di quel mondo che era stato suo sembrava appartenerle più.

Questo, in breve, era ciò che le era successo in due giorni. Ancora più in breve, il suo mondo le era crollato addosso proprio quando si credeva più al sicuro, lasciandola sola fra le macerie tentando di trovare un senso alla distruzione che vedeva intorno a sé.

Si alzò con fatica e si diresse verso la televisione. Il servizio era molto simile a quello della sera precedente. Questa volta però si costrinse a guardarlo fino alla fine. Avrebbe dovuto fronteggiare l’opinione che avevano di lei, prima o poi.
Dopo i primi commenti, del tutto simili a quelli del giorno precedenti (alcuni semplicemente ripresi dallo stesso servizio), giunse una dichiarazione inaspettata.

“Se me lo aspettavo? Assolutamente no! E non è neppure possibile. Sono tutte sciocchezze. Il problema è che la polizia lavora solo su quelle che pensa possano essere prove, senza alcun riguardo al fatto se sia possibile, anche a livello psicologico. La professoressa S. non avrebbe mai ucciso nessuno”

Fu detto con molta forza, senza alcun dubbio. Non si vedeva il volto della ragazza, probabilmente era minorenne. Eppure… sì, era quasi certa di riconoscerla.

“Avrà notato, signorina, che molte persone sono pronte ad affermare il contrario”

“Incredibile quante cose si pensano di sapere dopo che qualcosa è avvenuto, vero? Peccato che non glielo abbiate chiesto prima… Poveretti, mi fanno proprio pena… terrorizzati da un’insegnante! E dire che abbiamo uno psicologo a scuola per questo… perché nessuno ne ha parlato? Perché nessuno si è confidato con genitori, parenti, altri insegnanti, preside, amici?”

Come era tipico quando il cronista era convinto della colpevolezza della persona di cui si parlava, vennero poi inseriti altri commenti negativi, a mo’ di sandwich, dopodiché il servizio si interruppe per lasciare spazio ad altre notizie.

La professoressa reclinò il capo indietro, come a digerire ciò che aveva appena ascoltato. Lentamente, senza che se ne accorgesse, si addormentò.

Il giorno seguente non andò meglio, per quanto fosse un poco più rinfrancata. Riuscì ad intercettare in qualche classe dei sorrisi vacillanti, non sapeva se tesi ad evitare che la usa ira si sfogasse su di loro, o se di solidarietà.

Finalmente giunse l’ultima ora, e anche quella passò.

Stava per andarsene, quando notò che un’alunna non si era ancora mossa, anzi si era portata vicino alla cattedra. Era una delle migliori, sempre puntuale, sorridente. Non diversa da molte studentesse che aveva avuto, anche se ovviamente, ognuna di loro era particolare.

“Volevo dirle… che so che è innocente”, esordì, arrossendo un poco, ma ferma. No, non si era sbagliata, la sera prima. Era lei.

Fece un gesto con la mano, che doveva significare un impacciato ringraziamento, non essendo solita mostrare i suoi sentimenti. La ragazza sembrò capire.

“Be’, è bello vedere che qualcuno ci crede”, sospirò.

“Non ci credo, prof. Credere implica che qualcosa potrebbe farmi cambiare idea. Ma non mi si può far cambiare idea su qualcosa che so. E io so  che lei è innocente”.

La professoressa, che stava ancora ultimando di mettere via alcuni libri, alzò lo sguardo.

“Perché?” chiese semplicemente, un poco stupita.

“Perché la conosco”, fu la risposta.

“Non capisco”. Ammissione che le veniva difficile fare di fronte ad un’alunna, ma sincera.

“Non deve farlo. Non posso fornire a nessuno alcuna prova razionale del fatto che lei non sia colpevole, eppure io so. E non sono l’unica. Non veda ciò che i giornalisti, gli avvocati vogliono farle vedere, prof. Non tutti gli studenti sono così come le hanno mostrato. Anche noi sappiamo vedere oltre un’insegnante, vedere la persona che c’è dietro. Sappiamo che lei ci tiene a noi, e noi teniamo a lei. Forse al momento lo riterrà un discorso d’occasione, ma è vero. Non ci sottovaluti, professoressa.”

Il discorso venne fuori piuttosto sciolto, accorato, eppure era evidente che non era stato imparato a memoria, che veniva dal cuore.

La ragazza le sfiorò un attimo un braccio, in un gesto veloce e piuttosto impacciato ma rassicurante, prima di uscire.

La professoressa non aveva ancora detto una parola.

Dopo alcuni minuti, per la prima volta dopo giorni, gli angoli della sua bocca si sollevarono verso l’alto.

 

Questa volta ho deciso di sperimentare un po', con un genere un poco diverso e cambiando il punto di vista. Penso sia importante cambiare ottica, ogni tanto, o almeno provarci.

Dedicato a due insegnanti molto speciali per me.

 

 

cindy@saxxx.eu